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IlSimposioDegliSchiavi 
Qui nessuno è servo o padrone, siamo tutti dolcemente schiavi dei nostri sogni
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Io Conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero
e naviganti infiniti che sanno parlare con il cielo




E tu vuoi viaggiarle insieme,
vuoi viaggiarle insieme ciecamente




Il colore è un mezzo per esercitare sull'anima un influenza diretta.
Il colore è un tasto, l'occhio il martelletto che lo colpisce, l'anima lo strumento dalle mille corde.





Mi dicevano il matto perchè prendevo la vita da giullare, da pazzo, con una allegria infinita. D'altra parte è assai meglio in questa tragedia ridersi addosso, non piangere e mutarla in commedia.









Tutto, laggiù, è ordine e beltà
lusso, calma e voluttà.




Vorrei essere il verbo "Credere" e non deluderti mai




Una banana è per sempre!


 

Diario |
 
Diario
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22 febbraio 2007



La Favola del Vecchio che Suonava la Cetra e della Fanciulla dal Nome d'Oro
C’era una volta un uomo che suonava la cetra, aveva strappato qualche foglia da un alloro e se le era messe in testa, quasi volesse essere re di qualcosa senza saperlo.

Lui suonava la cetra, a nessuno importava se fosse bello o no, di che colore avesse gli occhi o i capelli, perché lui suonava la cetra. Nessuno lo guardava perché tutti guardavano le sue note. Nessuno sapeva come fossero i suoi occhi o i suoi capelli, ma tutti sapevano che le sue mani erano intessute di una stoffa rarissima che accarezzavano le note così come nessuno poteva ricordare.
Era vecchio ormai, i capelli erano bianchi, ma avvenne che venne ucciso mentre suonava, quasi per caso, o forse per invidia, ma il suo sangue profumava di vino.

La sua anima fu rapita e portata in un posto buio.

Vagò allora solitario in quel nero che in fondo gli sembrava un po’ familiare ma non sapeva perché, come se lo avesse visitato con altri occhi ma si fosse dimenticato di tutto, come quei posti che si visitano da bambini e poi ne resta in mente solo qualche colore. Quel posto era nero eppure lui aveva in mente tanti colori. Chissà perché..

Avvenne che in quel nero si mise cercare dei fili d’erba e dei pezzi di legno, per farne corde almeno e un qualche scheletro che potesse unire quelle corde. Trovò solo sterpi secchi e giunchi marciti in riva a un fiume rosso che sembrava quasi di sangue, ma non profumava di vino.

Allora si mise a intrecciare i fili come poteva, non sapeva cosa stesse facendo, ma alla fine venne fuori qualcosa che già aveva visto. La riconobbe e ricordò che forse sapeva suonarla. Allora per gioco, anche se il gioco non esisteva in quel nero, allora inventando un gioco si mise a pizzicare le corde. Dei suoni grigi nel nero, come soffi di polvere in una camera buia si sparsero nell’aria.

Lontano, da un'altra parte di quel nero, una donna vestita di bianco, vestita di sporco pensò di aver sentito qualcosa con le orecchie che non sentivano da troppo tempo. Allora si mise a correre al contrario il sentiero che gli sbuffi di polvere disegnavano frammentato come un mosaico a cui mancano i tasselli più chiari.

L’uomo la vide, anzi si accorse di lei. La vide e non disse nulla perché non si ricordava nulla anche se sapeva di aver già visto quel bianco sporco.

-Una volta era bianco.

gli disse la donna

-si era più bianco

Disse lui che continuava suonare

-le ninfe vestite di nero hanno pianto tanto.

Disse lei. Lui sembrò stupito e cercò di immaginare qualcuno che invece di ridere e sorridere alla sua musica, piangesse.

Poi disse:

-a me non piace il nero

-dicono che quando le tue labbra caddero nel mare pronunciarono il mio nome

Disse lei e si sedette in terra accanto a lui. Lui si ricordò del suo nome, ma non seppe pronunciarlo perché avrebbe tintinnato come l’oro, e in quel nero non c’era spazio per l’oro.

-perché ti sei voltato?

Chiese lei.

Lui si ricordò improvvisamente dell’arancione delle nuvole del cobalto del cielo e di tutto il rosa striato.

-Non mi sono voltato verso di te. Sapevo che ti avrei ucciso.

-Allora perché ti sei voltato?

-A furia di camminare verso il tramonto  mi stavo dimenticando dei colori dell’alba e avevo paura di dimenticarmene.

-ma allora non guardavi me?

-forse ho confuso la tua luce con quella del cielo, forse nel cielo ho ritrovato i tuoi occhi

Disse lui e non smise di suonare. Lei tacque e tentò di prendere la sua mano ma aveva paura che fosse solo d’ombra, provò guardarlo negli occhi, ma aveva paura che potesse scomparire e poi c’era la sua musica, non aveva bisogno di sapere di che colore fossero i suoi occhi.

-dovrai lavare questo vestito sennò ti confonderai con il nero prima o poi e non potrò riconoscerti

Le disse lui con la voce in accordo con le sue note.

-non ho posti per lavarlo

-c’è un fiume qui vicino

-non mi piace il rosso

-tieni prendi qualche foglia di alloro per i tuoi capelli, ti riconoscerò ugualmente

E le mise qualche foglia verde fra i capelli neri.

-mi contavi i capelli mentre dormivo

Disse lei e le guance impallidirono, bianche come un tempo era il suo vestito.

-si, mi sembra di ricordare cosa sia l’infinito

-Puoi suonarlo?

-dammi qualche tuo capello e ci proverò.

Lei Gli offri qualche filo dei suoi capelli, lui stracciò gli sterpi e intreccio ai legni i capelli di lei.

Pizzicò poi i capelli sottili che vibrarono come sorrisi fra foglie d’autunno. Come gocce di ghiaccio in un fiume di fiamme. Come danze di polline nella nebbia, come sospiri in fondo all’oceano. Come cascate fra granelli di giada  E in un unico accordo risuonò l’oro di un nome, tintinnante e leggero come l’eterno.
Qualcuno racconta che nell’udire quel nome lei si alzò, lo prese per mano e lo condusse fuori da quel nero. Altri dicono che restarono lì seduti, come statue che danzano in silenzio, perché ormai il nero non aveva più peso.

Io Invece ho visto lei addormentarsi al suono sereno di quelle note, come fra guanciali illibati. E quando si svegliò si ritrovò nel suo bosco, e quello che le parve un serpente dal morso letale era solo una radice che aveva infranto la sua corsa, e lui le porgeva la mano per invitarla a rialzarsi chiedendole cosa avesse sognato, perché sulle labbra c’era dipinto un pallido sorriso bianco.

                                                             
  Publio Ovidio Nasone e Fizzi




permalink | inviato da il 22/2/2007 alle 22:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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